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"Comunicazione di crisi  tra emergenze e quotidianità"
Articolo di Orfeo Notaristefano tratto dalla Giornata d’incontro
"La Polizia di Stato nella Società"
svoltasi l’8 novembre scorso a Chieti  -  Università ‘G. D’Annunzio’
 
 

"La Polizia di Stato nella Società"
La comunicazione di crisi, tra emergenze e quotidianità
CHIETI, VENERDI 8 NOVEMBRE 2002

Sono passati quattro mesi da quando il Presidente della Repubblica, Carlo Azelio Ciampi, ha indirizzato un messaggio alle Camere sul tema del pluralismo nell’informazione. Non ci sono, ad oggi, segnali tangibili che quel messaggio sia stato recepito, nonostante il Capo dello Stato sia tornato anche recentemente a parlare di come vengano rappresentati in Tv alcuni fatti di violenza. Che ne sono successi, nel frattempo. Come sono successi fatti eclatanti, sulla scena internazionale e interna. Come sono successi episodi di cronaca, specialmente delitti in ambito familiare, che ripropongono riflessioni su come viene fatta l’informazione in questo Paese. Dico tutto questo per contestualizzare il tema della comunicazione di crisi.
Le Camere non rispondono né al Presidente della Repubblica, né ai giornalisti, nonostante dal nostro mondo siano state avanzate sollecitazioni pressanti nei confronti della politica, perché si occupi in maniera seria dello stato dell’informazione e adotti provvedimenti conseguenti. Primo tra tutti il riordino dell’Ordine dei giornalisti, una riforma della quale periodicamente si parla, ma che viene sistematicamente accantonata.

Giornalisti: i punti di snodo della professione
Eppure, l’Ordine dei giornalisti, nella sua attuale composizione e per iniziativa del suo Presidente Lorenzo Del Boca, sostenuta anche dalla Federazione nazionale della stampa e dal suo Presidente Franco Siddi, ha avanzato in sede parlamentare una completa e articolata proposta di legge, i cui cardini sono fondamentalmente due: 
- la riforma  dell’accesso alla professione giornalistica; 
- la formazione permanente.
Perché? Perché abbiamo la consapevolezza che gli attuali meccanismi dell’accesso siano quanto mai superati rispetto all’evoluzione di una società complessa qual è la nostra e alle profonde modificazioni che sono intervenute, soprattutto nell’ultimo decennio, nell’intero sistema dei media. Uso questa espressione per sintesi, anche se vedremo poi che la totalità dei mass media, dalla carta stampata a Tv e radio, riesce tutt’al più a costituire un po’ di rete, ma non a ‘fare sistema’.
La riforma a cui facevo riferimento è invece imprescindibile se si ragiona in termini di qualità, se ci si pone seriamente il problema del ricambio generazionale nella nostra professione, se si vuole contrastare la tendenza alla destrutturazione. Un processo che implica: 
- da un lato il continuo aggiornamento dei giornalisti come me, che vengono, per usare un linguaggio semplificato, dalla gavetta; 
- dall’altro l’apertura di spazi per i giovani, la maggior parte dei quali  resta oggi al palo, pur avendo, sul piano della teoria, una preparazione ben superiore a quella dei giornalisti della mia generazione o dei giornalisti più anziani di me.
Parliamo, badate bene, come se stessimo al bordo di un precipizio, mentre ci sono segnali di declino della professione giornalistica: il 3 per cento di noi ritiene che non ci saranno più giornalisti in un tempo relativamente breve, prefigurando quasi una professione in estinzione. L’11 per cento di noi ritiene invece che cambierà poco o nulla rispetto ad oggi, mentre il 45 per cento pensa ad una figura più ampia di comunicatore. Il 48 per cento indica invece una tendenza già in atto, vale a dire il ricorso da parte degli editori, a free-lance e liberi professionisti, mentre la stragrande maggioranza, il 62 per cento, ritiene che crescerà il ricorso a service e fornitori di servizi completi. La somma di queste percentuali è superiore a 100 perché erano ammesse più risposte. (Rapporto Censis-Ucsi, 2001)

Tra autoreferenzialità e rischi di omologazione
Questi dati sono il segnale di una crisi che investe una professione considerata ancora forte, con fattori di autoreferenzialità e di difesa di una dignità che appartiene alla più vasta area delle libertà individuali, di pensiero, di espressione, sancite dall’articolo 21 della Costituzione, nonostante emergano inquietanti allarmi circa la limitazione di queste libertà, frutto però non tanto di una sistematica azione della politica o dei gruppi editoriali nei confronti dei giornalisti, quanto di complessi meccanismi di condizionamento bidirezionali che inducono a pensare a una diffusa area mediatica fatta di censura e autocensura. Avere presente la problematicità di una simile situazione aiuta a comprendere quanto sia difficile oggi tenere la barra al centro quando si presentano situazioni di crisi, nelle quali occorre concepire ed attuare una comunicazione di crisi che implica l’esistenza di una base strutturale di buona comunicazione in condizioni di normalità.
Sullo sfondo, resta incombente lo spettro dell’omologazione, nella percezione di quel 62 per cento che denuncia il ricorso ai service. Tuttavia sta emergendo una nuova classe di giornalisti proveniente dalle scuole riconosciute dall’Ordine. Il 90 per cento di essi possiede una laurea. Nel secondo Rapporto sulla comunicazione ‘Italiani e media’ Censis-Ucsi, presentato il 31 ottobre, si legge “Sono giovani cresciuti dentro le aule universitarie, che, dopo una formazione spesso generica svolta in Facoltà come Scienze politiche o Lettere, decidono di completare gli studi in una scuola di specializzazione. Scompare quindi la figura del giornalista cresciuto nelle redazioni, con il culto della ‘praticaccia’, che ha imparato il mestiere sul campo, per lasciare il posto a professionisti che il praticantato l’hanno svolto sotto l’ombrello di una scuola”. Inoltre, è, questa, una professione che perde la tradizionale predominanza maschile, le donne hanno superato la soglia del 50 per cento sul totale, confermando una tendenza generale nelle professioni.

La comunicazione di crisi è sempre di emergenza
I tragici fatti dell’11 settembre; la contrapposizione Usa-Iraq mentre emerge in maniera palpabile la fragilità dell’Onu; l’inesauribile ‘gara’ tra Israele e Palestina a dimostrare che il Medio Oriente è una polveriera; la vicenda del Teatro Dubrovka di Mosca; il G-8 di Genova. Sono soltanto alcuni dei recenti grandi eventi che sono stati oggetto di comunicazione in stato di crisi. A questi eventi, tutti connessi alla politica internazione e per riflesso interna, si aggiungono poi alcuni fenomeni che sono dentro la società, anch’essi drammatici nella loro particolarità: il delitto di Novi Ligure; il delitto di Cogne; Desiree; una catena mai vista di omicidi di singoli nei confronti di altri componenti delle rispettive famiglie; il serial killer negli Usa; i banditi uccisi da un poliziotto a Colli Aniene, Roma. Fenomeni poi di implicazione sociale con direzione strategica nelle centrali della criminalità organizzata: mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita. Si aggiungono poi le grandi disgrazie, alcune, diciamo, naturali: alluvioni, terremoti, Etna in eruzione; altre connesse a mezzi o ad errori umani: incidenti ferroviari, marittimi, aerei, stradali, domestici, e così via.
Tutti fatti che implicano, specialmente da parte delle Istituzioni interessate, una comunicazione adeguata alla situazione di crisi, che non sempre è all’altezza delle necessità del momento. Perché non tutti i massimi esponenti delle Istituzioni e i loro comunicatori hanno acquisito il concetto che la comunicazione di crisi è sempre di emergenza. 

Il corto circuito mediatico di Bush
Nel caso dell’Amministrazione Usa, ad esempio, si è assistito, dopo l’11 settembre del 2001, ad una continua ricentratura dei messaggi mediatici, ad una traslazione dei concetti trasmessi alle popolazioni degli Stati Uniti e del mondo intero, che hanno lasciato, come ricordo di quei giorni, una sensazione diffusa di insicurezza, la percezione che non c’è un posto al riparo dal terrorismo internazionale, al di là dell’esibizione muscolare di George Bush e dell’estabilishment politico e militare della Casa Bianca. Certo, l’11 settembre ci si è trovati di fronte alla più grande emergenza mai vista dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma, proprio per questo, non è sfuggita agli osservatori più attenti la preoccupazione di Bush di tutelare la propria immagine e il proprio radicamento al potere; una preoccupazione in alcuni momenti prevalente rispetto alla necessità obiettiva di indicare invece alla popolazione in generale una prospettiva per il futuro, vale a dire relativa alle misure da adottare per garantire un sistema di protezione e di sicurezza meno smagliato di quello che si è rivelato l’11 settembre. Così la caratteristica oscillante della comunicazione della Casa Bianca si è confermata anche nell’attuale contrapposizione a Saddam: guerra sì, guerra no, guerra come, guerra perché. Difficile capire e dare risposte a queste domande quando dal principale responsabile del Governo Usa viene adottata la tecnica dello slalom mediatico che nulla ha a che fare con la strategia militare (perché in tal caso sarebbe normale), ma esclusivamente con tecniche di comunicazione che, in contrasto con l’avanzata tecnologia degli Usa, appaiono improntate più all’approssimazione che a un concetto acquisito della stabilità. Quasi quasi, la sequenza dei delitti del killer nell’area di Washingthon è stata provvidenziale per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal corto circuito mediatico che si andava creando attorno a Bush nella comunicazione su un argomento molto impegnativo quale la minacciata guerra a Saddam. Corsi e ricorsi, si potrebbe dire, visto che lo scorso anno, l’attentato alle Torri Gemelle ha fatto balzare la popolarità di Bush al 90 per cento, la Nazione si è stretta attorno a lui, che pure era stato eletto presidente per una manciata di voti. Bush, al pari di altri Premier, si comporta come uno stilita. Spiega Giuseppe De Rita, Presidente del Censis: “Nell’antichità, gli stiliti erano gli asceti che sceglievano di vivere su una colonna. Se qualcuno pensa di comandare dalla cima di una piramide rischia di trovarsi come lo stilita sulla colonna; sia alta o bassa, intorno c’è il vuoto. Rischia, in altre parole, di trasmettere ordini che sono proclami senza capacità di irradiazione e coinvolgimento. E forse per questo viviamo nella spiacevole sensazione di essere continuamente in campagna elettorale”. (Il Regno inerme – Società e crisi delle Istituzioni, Einaudi, 2002).

Media e potere
Questo tema pone alla nostra riflessione tre questioni:
- il controllo dei media e la loro utilizzazione da parte dei Palazzi del Potere;
- l’uso dei media da parte dei professionisti dell’informazione;
- la valutazione del prodotto finale che giunge alle popolazioni nelle edicole e direttamente nelle case.
I Palazzi del Potere mostrano sempre più la spiccata tendenza a voler controllare tutto. La tentazione totalizzante è molto più presente ed incombente oggi rispetto a dieci-venti anni fa. E dato che tutto si può dire tranne che il Potere non sia attento e sensibile a questa problematica, appare evidente che non sfugge a chi detiene il potere politico la potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa e la potenzialità della rete. Quanti autori, già negli anni ’60, temevano l’avvento della società di massa come società produttrice del consenso, prefigurando “L’uomo a una dimensione” (Herbert Marcuse).
Al tempo stesso, gli operatori della comunicazione si trovano oggi letteralmente ‘bombardati’ da una massa imponente di informazioni che piomba sui tavoli delle redazioni o più semplicemente sul tavolo di lavoro del giornalista free-lance, da tutto il mondo  e attraverso canali diversi: per rimanere in Italia, quattro grandi agenzie di stampa, internet, televideo e sette canali televisivi in chiaro trasmettono notizie a raffica su tutti gli argomenti di valenza internazionale e nazionale. Il problema di oggi non è più del giornalista che deve andare a caccia di notizie, ma del giornalista sommerso dalle notizie, che deve avere, oggi molto più che in passato, capacità di selezione, di giudizio critico, di valutazione della notizia, ma anche fiuto per percepire importanza e fattore di impatto di una notizia rispetto ad un’altra. Il valore aggiunto di una dimensione culturale vasta ed approfondita è la condizione essenziale, oggi, per il giornalista che deve trattare la comunicazione di crisi o la comunicazione di normalità. Perché passa attraverso la cultura la capacità di valutazione e la conseguente capacità di trattazione di argomenti che hanno una interconnessione totale con contesti diversificati, tipici di una società complessa qual è diventata questa nostra realtà del Terzo Millennio. Sta qui la differenza e la differenziazione del singolo giornalista rispetto alla condizione di comunicazione totale che è chiamato a vivere, al pari dei suoi colleghi. Sta qui la sua capacità di fornire elementi di originalità al prodotto finale che giunge nelle case, pur partendo dalla stessa base comune della comunicazione originaria di un evento, di un fenomeno, di un fatto, di una qualsiasi situazione.
Sta nella cultura dei singoli, pertanto, la possibilità di salvezza rispetto alla consolidata tendenza all’omologazione, che è nelle cose di questa nostra epoca. Sta nella capacità connessa all’elaborazione originale di concetti innovativi, di costruzione di nuovi paradigmi, da sottoporre a continui processi di verifica, l’uscita di sicurezza dalla casa del Grande Fratello. E qui la salvezza e non altrove, nel crossing over dell’informazione, un passaggio stretto attraverso il quale si può raggiungere  una nuova dimensione della libertà.

Autocontrollo e deontologia professionale
E’ qui la sfida dell’intelligenza, unica arma per bucare il muro di gomma di una società complessa ma pigra, non ricettiva di novità e di comunicazione di qualità, specialmente in Italia dove il passaggio graduale, in quarant’anni, da Paese agricolo a Paese a capitalismo familiare e quindi ‘reticolare’ della nostra epoca non è stato accompagnato da sussulti culturali provenienti dalla società. Al contrario, è stato ‘frenato’ dal ventre molle del ceto medio, che ha ostacolato la formazione delle élite e la diffusione a livello di massa degli stimoli culturali che invece sarebbero stati necessari per far esplodere gli aspetti positivi della modernità e non solo quelli deleteri di un modernismo a corto di valori.
Avviene così che la comunicazione di crisi oscilla spesso tra la paura di comunicare, l’indeterminatezza dei mezzi e degli strumenti del comunicare, una forte tendenza all’improvvisazione, tutti fattori che vanno poi ad impattare con le profonde trasformazioni del lavoro giornalistico cui accennavo prima e con un consumo mediatico indistinto da parte delle famiglie italiane, specialmente se si parla di televisione. La tentazione giornalistica di fare processi in Tv, prima che siano concluse le indagini e i processi, la tendenza ad esprimere giudizi addirittura prima che si pronuncino le forze dell’ordine, riversano nelle case degli italiani tensioni ed angosce, con una rappresentazione del fatto che va di per sé oltre il fatto. La Polizia qui presente ne sa qualcosa. In questi casi, si può parlare di ‘cattiva maestra Tv’, come ci ha insegnato Karl Popper.
Si crea in questo modo una sorta di terra di nessuno nella quale tutti si sentono nella condizione di fare il proprio comodo, al di fuori di un sistema di valori che dovrebbe essere costituito da regole condivise e che invece non esiste. In tal senso, il mondo complesso e complessivo della comunicazione non riesce a ‘fare sistema’. E questo nulla c’entra con la libertà di informazione, nulla c’entra con i rischi di censura e di controllo. C’entra piuttosto con la concezione alta della deontologia professionale e con la capacità non di autocensura ma di autocontrollo dei giornalisti rispetto al modo di fare informazione sui grandi eventi, sui fenomeni, sui gravi fatti di cronaca e così via. 

Mass media in ritardo nel caso Lumia, minacciato dalla mafia
Una capacità ed un’autonomia nell’esercizio della professione che talvolta muta a seconda delle latitudini. Nel nostro Paese, troviamo testimonianze importanti di giornalismo di frontiera, di impegno nelle realtà dove i contrasti sociali sono più stridenti, dove c’è più emarginazione, più povertà, dove più forte è, ad esempio, il peso della criminalità sul tessuto sociale. Come non ricordare, ad esempio, le battaglie condotte dai mass media contro la mafia e la criminalità organizzata nelle regioni del Sud di questo Paese. I giornalisti uccisi, intimiditi, sottoposti a tentativi di delegittimazione, come avviene talvolta sui fronti delle troppe guerre che stanno martoriando i popoli del Sud del mondo. A questo proposito, faccio una brevissima digressione, a nome dell’Associazione ‘VERSO SUD’, impegnata anche sul versante della difesa della legalità: lo scorso 20 settembre l’Italia intera, attraverso i mass media, si è ‘meravigliata’ quando Nino Giuffrè, super-pentito e numero 2 di Bernardo Provenzano, ha rivelato che Giuseppe Lumia era nel mirino di Cosa nostra e che doveva essere ucciso. Eppure, a settembre di un anno fa, mentre ero a Palermo proprio con Beppe Lumia, gli fu tolta la scorta, tra le proteste della stampa locale e senza nessuna meraviglia dei mass media a livello nazionale. Eppure, tutti noi sapevamo che Beppe era nel mirino della mafia per il suo impegno diretto nella lotta alle cosche proprio sul loro territorio, tra Termini Imerese e Corleone. Beppe, oggi parlamentare di opposizione, nella precedente legislatura è stato per cinque anni Presidente della Commissione nazionale antimafia ed è socio onorario di ‘VERSO SUD’. Sapevamo che Cosa nostra lo aveva condannato a morte. Gli fu tolta lo stesso la scorta, ma nel circuito mediatico nazionale la ‘meraviglia’ è giunta a scoppio ritardato, soltanto un anno dopo.

Alcuni paradigmi della comunicazione di crisi
Abbiamo parlato di contesti e di tendenze. Vale la pena vedere adesso, dal punto di vista pratico, come fare comunicazione di crisi in base ad alcuni paradigmi che sono validi sia per le Istituzioni, sia per le grandi Aziende pubbliche o private, sia dal punto di vista della comunicazione di grandi opzioni politiche, economiche, di strategie e di tecniche per uscire dalle emergenze, sia dal punto di vista dell’uscita dalla crisi di gruppi industriali e commerciali che hanno, in primis, il problema del recupero dell’immagine e poi del mercato, a seguito di momenti di crisi più o meno improvvisi. Da questi punti di vista, provate un po’ ad immaginare che può essere oggi la Fiat a Termini Imerese, o la Tav con gli strascichi lasciati lungo i binari dell’alta velocità. Esempi di caduta di immagine.
Istituzioni pubbliche e Aziende possono essere in grado di affrontare la comunicazione di crisi solo se, nel proprio sistema di comunicazione, sono state capaci di far funzionare la propria comunicazione interna. Il binomio ‘monitoraggio continuo e comunicazione interna’ è alla base della comunicazione di crisi in momenti di emergenza. Nel suo libro “La fabbrica delle notizie”, lo spiega bene Mauro De Vincentiis: “La comunicazione in situazione di emergenza deve innanzitutto tener conto di tre cose:
1) il pilotaggio dei sistemi di crisi;
2) la molteplicità degli attori presenti e i margini di manovra possibili;
3) il limite di destabilizzazione che il sistema non deve superare”.
Tutto ciò vale per Istituzioni ed Aziende, che non devono esporsi ai rischi di overdose di informazione verso l’esterno, con tendenza ad eccessivo pressing sui mass media, errori che trasformerebbero la comunicazione di crisi in comunicazione in stato di ansia, con spiacevoli effetti boomerang per la propria immagine.
Se un’Istituzione o un’Azienda dispone di una buona rete di comunicazione interna, fatta anche di strumenti tradizionali quali house organ o brochure aziendale, può avere più chances nel gestire la comunicazione di crisi. Altri elementi fondamentali sono la semplicità dei messaggi, da abbinare all’immediatezza, fattori che dipendono soprattutto dal linguaggio. Saper dare un messaggio chiaro, sintetico, immediato, è impresa apparentemente semplice. Nella realtà, presuppone una elaborazione e una definizione progressiva di quello che diverrà poi il messaggio finale, che può impegnare uno staff di comunicazione anche per alcuni mesi. Pertanto, un messaggio ‘semplice’, uno slogan, una parola ‘chiave’, un’immagine come nel caso di una pubblicità televisiva, è raro che prescindano dalla complessità che c’è dietro l’elaborazione. Solo in casi sporadici sono frutto di una semplice intuizione. Si tratta di saper gestire un doppio passaggio di fase: dalla crisi alla post-crisi, alla nuova fase del riposizionamento e dello sviluppo, che passa attraverso un recupero di credibilità dell’Istituzione o dell’Azienda.

Tra emergenze e normalità
La comunicazione di crisi raggiunge il suo scopo quando si pone come premessa per il ripristino della comunicazione in termini positivi per un’Istituzione o per un’Azienda, affinché riprendano in mano il filo interrotto della comunicazione dei propri obiettivi a lungo termine, delle proprie strategie future. In altre parole, per ripristinare una buona comunicazione in tempi di normalità, nell’approccio quotidiano con i propri pubblici di riferimento. Dicevamo prima che la buona gestione della comunicazione nella quotidianità è condizione essenziale per gestire la comunicazione in tempi di crisi. Ciò vale soprattutto oggi, quando l’esposizione permanente sotto i riflettori pone Istituzioni ed Imprese e gli uomini che le rappresentano in una condizione ai limiti della psicopatologia, per cui “tutti sono sotto gli occhi di tutti”, mentre “tutti sanno tutto di tutti”: se in condizioni ‘normali’ fa piacere essere ‘visibili’ nel villaggio globale, occorre attrezzarsi per quando si è visibili senza desiderarlo. Fa piacere esternare e rendersi visibili in condizioni di normalità o di espansione della propria professione, dell’attività di un’Istituzione o di un’Azienda. Fa meno piacere l’esposizione o la sovraesposizione quando esplode la crisi del proprio sistema di funzionamento, di relazioni, di rapporto di reciprocità con i media. La Fiat, ad esempio, avendo sbagliato anche la comunicazione di un nuovo modello di punta, la Stilo, è stata un disastro di comunicazione quando è esplosa la crisi dell’Azienda, da Torino a Cassino a Termini Imerese: la caduta di immagine è stata verticale ed ha travolto tutto, anche la famiglia Agnelli, ritenuta, a ragione o no, tra le più influenti d’Italia. Pare che talvolta Istituzioni e grandi Aziende non abbiano imparato nulla dalla pubblicità e dalla parola pubblicitaria. Eppure ci sarebbe tanto da imparare da questo settore che forse ha colto prima degli altri l’aria che cambiava, che ha fatto proprio, ad esempio, un fattore caratterizzante la globalizzazione: la velocità. Intesa non solo come velocità di comunicazione, ma anche come capacità di adeguarsi ad emergenze nuove per fronteggiarne di altre, a mano a mano che si presentano. 

Velocità e non solo: l’esempio della parola pubblicitaria
L’innovazione tecnologica è talmente veloce in alcuni settori di attività, si pensi alle telecomunicazioni o ai sistemi informatici, per cui le distanze con i settori più tradizionali rischiano di diventare siderali, mentre stiamo parlando. La parola pubblicitaria, le immagini pubblicitarie non a caso sono state più efficaci proprio nei settori delle nuove tecnologie, mentre stenta ad adeguarsi la Pubblica Amministrazione. O come, per quanto riguarda le Aziende produttive e commerciali, vadano fuori mercato quelle che non reggono il passo dei tempi. Miracoli e rischi della globalizzazione, certo. Un miracolo è, ad esempio, che in questo Paese l’88 per cento degli italiani abbia un telefonino, la più alta percentuale d’Europa. Il rischio è che oggi siamo riusciti a collegare in tempo reale l’imprenditore del ‘mitico’ Nord-Est con il contadino della Calabria, ma i due spesso non sanno che cosa dirsi, non sanno di che parlare. 
La prospettiva di reingegnerizzazione dei sistemi politici e produttivi, dei sistemi complessi in generale, è l’unica possibile in questo avvio di Millennio. Ce lo ha insegnato Franco Cuccurullo e qui lo voglio ricordare. Purtroppo, sono pochi i politici italiani che hanno capito la forza della parola pubblicitaria. Non faccio torto a nessuno se ne cito uno della maggioranza e uno dell’opposizione: Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema hanno capito come si mostra e come ci si mette in mostra. Il primo con le sue ‘scelte di campo’, le sue ‘squadre’ che fanno cose, con il suo linguaggio apparentemente semplice per sortire l’effetto che nelle orecchie degli italiani rimangano soltanto i messaggi da lui preferiti. Il secondo con quei riferimenti continui al suo lavoro per far diventare l’Italia “un paese normale”, radicato all’Europa e alla scena internazionale, a patto che vada “oltre la paura”. 
Tutti e due hanno captato un bisogno infinito di sicurezza e di stabilità proveniente da un mondo fortemente competitivo e affollato di messaggi più o meno diretti al singolo soggetto delle ‘folle solitarie’ (David Riesman) delle nostre metropoli, città e campagne. Anni fa Roberto Pulci, un creativo, un esperto di pubblicità (ad esempio, è suo il tormentone “La coop sei tu”, che ha accompagnato il riposizionamento e il rilancio, negli anni ’90, della più grande catena di distribuzione italiana), mi ha insegnato: “anche Dio crede nella pubblicità, poiché ha messo delle campane in ognuna delle sue chiese”.
 

Orfeo Notaristefano
Giornalista. Presidente di "VERSO SUD", 
Consigliere ASMI, Associazione stampa medica italiana
In questo lavoro sono citati:
- Carlo Azelio Ciampi
- Lorenzo Del Boca
- Franco Siddi
- Censis-Ucsi
- George Bush
- Saddam Hussein
- Giuseppe De Rita
- Herbert Marcuse
- Karl Popper
- Giuseppe Lumia
- Mauro De Vincentiis
- Franco Cuccurullo
- Silvio Berlusconi
- Massimo D’Alema
- David Riesman
- Roberto Pulci


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